31.10.26 – Redazione Milano
Cara comunità scolastica, cari colleghi e, soprattutto, meravigliose ragazze e meravigliosi ragazzi.
Oggi non posso fare a meno di condividere con voi un pensiero profondo, nato mentre ero insieme a voi in questo 30 ottobre qui a Milano.
Voglio dirvelo con estrema franchezza e con una punta di orgoglio pedagogico: ci siamo anche noi al vostro fianco, ma la verità più bella è che non avete affatto bisogno di noi.
Per mesi – anzi, per anni – ho sentito addetti ai lavori, commentatori e sociologi da salotto liquidarvi con etichette superficiali. Vi hanno chiamati “maranza”, usando questo termine con una sfumatura polverosa e giudicante, per inscatolare la vostra estetica, le vostri tute di rappresentanza, il vostro linguaggio street, la vostra musica, la vostra marginalità o la vostra rivendicazione di appartenenza alle periferie. Hanno creduto che quel vestire e quel vivere lo spazio pubblico fossero sinonimo di apatia, di disinteresse politico, di vuoto concettuale.
Quanto si sbagliavano. E quanto, oggi, la piazza milanese ha dato loro una lezione di democrazia reale.
Quella che molti paternalisticamente definivano solo “sottocultura” ha dimostrato di avere un corpo, una voce e soprattutto una coscienza di classe e di futuro indomabile. Avete ripreso in mano lo spazio pubblico con una forza spontanea, meticcia, inclusiva e antifascista che nelle aule del nostro liceo cerchiamo di trasmettere ogni giorno, ma che voi avete tradotto in azione pura, senza bisogno di mediazioni adulte o di lezioni cattedratiche.
Siete scesi in strada portando i vostri corpi, le vostre storie, il vostro ritmo e la vostra rabbia sana contro un presente che vi vorrebbe precari, silenziosi e conformi. Avete trasformato quello che doveva essere uno stigma in un’identità collettiva e solidale, capace di riempire le vie della nostra città con una marea umana che chiede diritti, spazi, giustizia sociale e un pianeta vivibile.
Da dirigente scolastica, ma prima ancora da donna di sinistra che crede da sempre nella scuola pubblica come presidio di emancipazione, oggi mi inchino alla vostra maturità. La scuola non deve addomesticarvi; deve darvi gli strumenti per rompere le gabbie. E voi quelle gabbie le state smontando a ritmo di trap, con i megafoni in mano e con uno sguardo dritto verso il futuro.
Continuate a occupare il presente, ad attraversare la città, a farvi sentire. Noi, io sono, siamo qui, pronti a fare un passo indietro per lasciarvi la scena, e due passi di lato per proteggervi se ce ne fosse bisogno.
E ve lo dico con il cuore in gola, perché stamattina io in quel corteo ci sono andata davvero.
Non mi sono acquistata il lusso di osservarvi dietro ai vetri della presidenza, magari con una tazza di caffè in mano a commentare il traffico bloccato o a temere la circolare ministeriale del giorno dopo. No. Sono scesa in strada con voi, con le mie scarpe comode, mescolandomi a quel fiume umano che dalla stazione centrale si è snodato fino in tangenziale.
Camminare al vostro fianco, tra i cori che rimbalzavano sui muri dei palazzi, i fumogeni colorati e il basso martellante delle casse bluetooth che si univa ai megafoni, è stata una boccata d’ossigeno puro. Ho visto da vicino i vostri sguardi: fieri, lucidi, arrabbiati eppure incredibilmente vivi.
Qualche passante perplesso sui marciapiedi storceva il naso guardando la mia età sbucare in mezzo a voi, ma io non sono mai stata così orgogliosa di rappresentare la scuola pubblica come in quel momento, marciando gomito a gomito con la tanto demonizzata “generazione maranza”.
Mentre i soliti noti sbraitano dai talk show sulla “scuola che non educa più”, io oggi ho visto la più alta lezione di educazione civica della mia vita: l’avete fatta voi, insegnandoci che la democrazia non sta nei programmi ministeriali, ma nella strada, nei corpi che si muovono insieme, nella solidarietà spontanea di chi non ha intenzione di chinare la testa.
Grazie per esserci stati
La vostra Preside (ancora con i cori nelle orecchie e tanti passi nelle gambe)
Giovanna Mezzatesta, preside del liceo Bottoni, Milano
da https://www.pressenza.com/it/2026/10/lettera-da-una-professoressa/

