La rete di ricercatori Narr-Azioni nasce da un incontro di esigenze. La percezione di solitudine che ci colpiva studiando il G8 di vent’anni fa; la difficoltà nel rintracciarci e raggiungerci; la consapevolezza di quanto la spaccatura determinata dal potere e dalle polizie su quelle strade si sia poi imposta su tutte le strade e su tutti gli occhi in maniera forse permanente; la pseudo-vita che la sfacciataggine della violenza autolegittimata ci ha lasciato in eredità; il dolore, i vuoti, gli insulti: quelli privati, di pochi, personali e insondabili nel fondo del fondo; quelli di tutti, partecipati e pieni di compassione, perché basta sentire che alcuni sono il coraggio che ci manca, per soffrire insieme e umanizzare il male; e poi la volontà di uscire fuori dalle mura delle università per tentare di essere, se non utili, almeno stimolo, per noi e per tutti. Tutto questo ci ha spinto a incontrarci e a buttarci in una ennesima possibile frustrazione da fallimento, che però può essere finalmente quel compimento che è più della somma delle nostre singole individualità. E noi crediamo che lo sarà.

Chi siamo?

Almeno per ora, siamo ragazze e ragazzi, come Carlo, abbiamo percorsi di studio che non si interrompono urtando contro le finestre chiuse delle aule o delle biblioteche, che invece vogliamo aprire, frantumare se necessario, perché Genova 2001 è stato il momento cruciale per la storia dell’umanità del III millennio e da lì veniamo tutti. E dobbiamo ricordarcelo.

Cosa cerchiamo?

Vogliamo mantenere viva la memoria di quello che è successo, ma soprattutto vogliamo tentare di dissotterrare tutto ciò che hanno trafugato, portarlo alla luce, fare in modo di contribuire al dibattito o di farne rifiorire uno. La nostra sfida è andare fuori, essere la goccia che fa tracimare il vaso della coscienza. Un vaso che il potere si è impegnato a mantenere vuoto, naturalmente con anche i filtri delle più infime bugie pronte all’uso per i troppo curiosi, e che invece il lavoro di tanti e tante ha riempito di verità con tenacia e amore. E sulla base della gratitudine per tutti e tutte loro – a partire dal CPCG, vogliamo provare anche noi a fare la nostra parte, con i nostri strumenti, che sono pochi ma tosti, come le nostre teste.

Perché NarrAzioni?

Siamo NarrAzioni perché vogliamo restituire le storie che ci hanno raccontato e vogliamo essere “tattici”. Per provarci, ci affidiamo a riflessioni di qualche tempo fa che possano guidarci: la prima è che non dobbiamo rimanere rinchiusi nel nostro spazio “militante”, non dobbiamo autocompiacerci nel nostro circolo fatto di chi sta già in qualche modo dentro alle storie. Essere “tattici” significa sovvertire e superare le rigide dicotomie che hanno ristretto il pensiero a questa area per tanto tempo. E significa non essere mai perfetti, ma sempre in divenire, coinvolti in un continuo processo di rimessa in discussione delle premesse dei canali con cui si lavora.[1] Narrare tatticamente significa aprirsi a ragionamenti complessivi e superare il limite dell’immedesimazione potenziale e dell’intrattenimento insiti nel racconto di una storia, per portare a una “memoria esemplare”[2], che è già Azione.


Oltre ad allargare l’inquadratura, vogliamo diffonderci, far avvicinare altri, scavalcare il ruolo prescritto di spettatore, raggiungere e offrire spazio a chiunque abbia la nostra stessa voglia o esigenza, che è riportare nel mondo, nelle forme a ognuno più congeniali, le storie di Genova, le storie di tutti.

Rete NarrAzioni    


[1] Garcia D. – Lovink G. (2002). L’Abc dei media tattici, in Pasquinelli M. (a cura di), Media Activism. Strategie e pratiche della comunicazione indipendente. Mappa internazionale e manuale d’uso. Roma, DeriveApprodi, pp. 21-24

[2] Todorov T. (1996). Gli abusi della memoria. Napoli, Ipermedium libri


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