Caro direttore,
la proposta di avviare un percorso di giustizia riparativa attorno al G8 del 2001 è certamente una grande sfida, una prospettiva potenzialmente fertile. Dopo aver letto sul Secolo XIX l’intervento di Alfredo Di Silvestro, Doriano Saracino, Raffaele Caruso, mi è tornata alla mente un’iniziativa di oltre vent’anni fa che andava nella stessa direzione. Era il luglio 2002, appena un anno dopo i fatti e i misfatti del G8, e mi trovai a organizzare con l’associazione Peacelink e la rivista Altreconomia un incontro a Palazzo San Giorgio che si proponeva di andare oltre gli schemi, mettendo a confronto una decina di vittime (incluso il sottoscritto) della tortura praticata alla scuola Diaz e alcuni sindacalisti di polizia. Quegli ultimi, ovviamente, non avevano avuto alcun ruolo nella spedizione nella scuola di via Battisti, ma avevano compreso la necessità per il sindacato di capire la ragione profonda degli abusi; la necessità di cercare non una giustificazione ma un perché. Era un lavoro di ricerca e di verità da aggiungere, evidentemente, all’azione della magistratura. Da parte nostre – le vittime-testimoni, con l’associazione e la rivista, entrambe “amiche” della nonviolenza – volevamo innanzitutto conoscere meglio la nostra “controparte”, e offrire alla polizia di stato l’occasione per cominciare a dialogare con l’esterno e a fare i conti con gli obblighi impliciti in ogni regime democratico, cioè rendere conto dei propri errori e chiedere scusa alla cittadinanza, collaborare con le altre istituzioni e in primo luogo con la magistratura, prendere misure cautelative come la sospensione, se necessario (e come pareva già evidente), dei responsabili degli abusi più evidenti. Sullo sfondo già si intravedeva l’urgenza di discutere sull’effettiva persistenza dentro i corpi di polizia, dello spirito della riforma democratica di vent’anni prima, la riforma che aveva demilitarizzato la polizia e, come si disse all’epoca, “portato la Costituzione dentro le caserme”.
L’incontro di Palazzo San Giorgio fu serio, costruttivo e molto civile, ma rimase lettera morta. Gli stessi sindacalisti intervenuti e le loro sigle di appartenenza – peraltro minoritarie nell’affollato sindacalismo di polizia – non diedero alcun seguito a quella discussione, e meno che mai essa fu ripresa dai responsabili degli apparati. Fu dunque un’occasione perduta. Il filo del discorso può essere sempre ripreso, naturalmente, ma 24 anni non sono passati invano e la ferita del 2001, se possibile, si è addirittura aggravata, sia perché il tempo, in questa materia, non è un buon alleato (le violenze, per chi le subisce, specie le torture, sono per sempre), sia perché in seno alle forze di polizia non è stato mai avviato alcun serio percorso di consapevolezza sui fatti del 2001. Il dopo G8 delle nostre polizie è una storia di depistaggi, di silenzi omertosi, di minimizzazioni, di promozioni inusitate di dirigenti sotto processo. E’ stata la Corte europea per i diritti umani a mettere nero su bianco, nella sentenza Cestaro vs Italia, che l’istituzione polizia nel processo Diaz ha “ostacolato impunemente” l’azione della magistratura, con le note incredibili “imprese”: la costruzione di prove false, l’omertà sull’aggressione di Mark Covell, la mancata identificazione della quattordicesima firma sul verbale (menzognero) di arresto di 93 innocenti e altre ancora. La polizia di stato è uscita dal processo Diaz con la credibilità azzerata, eppure non ha mai compiuto alcuna riflessione critica su sé stessa. Non è andata meglio negli altri procedimenti giudiziari seguiti al G8: che riflessioni sono state avviate sulla pratica diffusa della tortura (vedi Bolzaneto); sulle cariche ai cortei, gli inseguimenti e i pestaggi per strada di cittadini inermi; sulla “guerra chimica” con i gas CS; sulle pene abnormi inflitte ad alcuni manifestanti accusati di devastazione e saccheggio; o ancora, pensando all’omicidio di Carlo Giuliani, sull’uso delle armi da fuoco e l’impiego in ordine pubblico di reparti militari?
Sono passati 25 anni e dobbiamo constatare che il G8 di Genova non è stato per le forze dell’ordine italiane una pagina nera da ripudiare, un evento drammatico di cui scusarsi e da cui trarre insegnamento per avviare un profondo cambiamento nelle strutture, nella formazione del personale, nel modo stesso di agire in seno a una società che si vuole democratica. Il G8 del 2001, per le forze dell’ordine italiane, è piuttosto un biglietto da visita. Innumerevoli volte in questi anni altri episodi avvenuti nelle strade, nelle caserme, nelle carceri di tutt’Italia hanno riportato alla mente la “polizia di Genova”.
Caro direttore, io credo che non esistano, in questo momento, i presupposti etici, culturali, professionali per avviare con le polizie italiane un percorso di giustizia riparativa; occorre – prima – che esse ammettano di avere davvero infranto un “bene comune” importante: la fiducia dei cittadini; e non solo nelle forze dell’ordine ma anche nel primato dei diritti civili e politici garantiti dalla Costituzione. Come ha detto il procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Genova, Enrico Zucca, alla recente inaugurazione dell’anno giudiziario: “Il G8 è stato un’infamia e un’aberrazione. (…) Negando questa premessa, è inutile discutere”.
Lorenzo Guadagnucci
Co-fondatore del Comitato Verità e Giustizia per Genova
In risposta all’articolo apparso Domenica 19/04/2026:


