La manifestazione a Genova










Il 25 aprile torna in piazza
Partecipazione di massa, tensioni e un antifascismo che non arretra
Da Milano a Roma, passando per decine di città italiane, migliaia di persone hanno riempito le strade per la Liberazione. Tra provocazioni della destra, aggressioni neofasciste e conflitti sul significato della memoria, emerge un dato politico chiaro: il 25 aprile è vivo e sempre più attuale.
Il 25 aprile 2026 ha restituito un’immagine netta del Paese reale: migliaia e migliaia di persone sono scese in piazza in tutta Italia per celebrare la Liberazione dal nazifascismo. Una partecipazione diffusa, intensa, popolare, che ha attraversato grandi città e centri minori, confermando come la memoria della Resistenza non appartenga ai rituali istituzionali ma continui a vivere nei corpi, nelle piazze, nei conflitti del presente.
Sul clima di mobilitazione ha pesato anche il risultato del referendum di marzo, percepito da ampi settori sociali come una battuta d’arresto per un governo guidato da una destra che continua a mostrare la propria matrice postfascista. A rendere ancora più incandescenti i giorni precedenti erano state le dichiarazioni del presidente del Senato Ignazio La Russa, che aveva proposto di ricordare il 25 aprile anche i miliziani della Repubblica di Salò, in nome di una presunta “pacificazione”.
Una formula ormai nota. Ogni anno riemerge per svuotare il significato della Liberazione e mettere sullo stesso piano chi combatteva per la libertà e chi difendeva una dittatura collaborazionista al servizio del nazismo.
Roma e Bergamo: la violenza fascista non è un ricordo
Le tensioni si sono tradotte in episodi concreti. A Roma sono stati esplosi colpi di pistola nei pressi del Parco Schuster contro manifestanti. Un uomo e una donna iscritti all’Anpi sono stati colpiti da piombini sparati con una pistola ad aria compressa. La coppia indossava il fazzoletto dei partigiani quando un ragazzo, a bordo di uno scooter chiaro, con casco integrale e giacca verde militare, si è avvicinato e ha sparato da circa dieci metri. Tre i colpi esplosi: due hanno raggiunto il marito al collo, uno la moglie alla spalla. Un fatto gravissimo, che meriterebbe ben altra attenzione pubblica e politica.
A Bergamo, nelle prime ore della mattinata, un militante antifascista diretto al corteo è stato accerchiato, minacciato e aggredito da un gruppo di fascisti, ai quali è stata attribuita anche la sottrazione della felpa con la scritta “Bergamo antifa”. Nella città lombarda, pochi giorni prima, aveva aperto una nuova sede CasaPound, in un’area dove già sono presenti altri spazi dell’estrema destra locale. Un contesto che conferma come la presenza neofascista non sia folklore residuale, ma tentativo costante di radicamento politico e territoriale.
Per una scritta sul muro Meloni, Piantedosi sono capaci di urlare al terrorismo ma se uno spara a due manifestanti il 25 aprile per questi signori è tutto ok.
Milano: il conflitto sulla memoria. Respinta la provocazione sionista
A Milano si è consumato uno dei passaggi politicamente più chiari della giornata. Uno spezzone che si richiamava alla Brigata Ebraica ha tentato di entrare nel corteo del 25 aprile esibendo bandiere di Israele e degli Stati Uniti. Nel 2026, dopo Gaza, dopo la devastazione in Cisgiordania, dopo mesi di guerra e impunità internazionale, quella presenza non poteva essere letta come innocua memoria storica. Era una provocazione politica deliberata.
Non c’era alcuna rivendicazione neutrale del passato. C’era la volontà di trascinare dentro la piazza della Liberazione simboli statali oggi associati a occupazione, bombardamenti, colonialismo e sostegno militare. Un gesto aggressivo, studiato per rompere il corteo e rovesciare il significato della giornata.
A contestare quella presenza non sono stati “estremisti” o minoranze organizzate, come certa stampa racconta ogni anno. Sono state persone comuni, di tutte le età, partecipanti abituali del 25 aprile, che hanno rifiutato di vedere sventolare nella piazza antifascista bandiere incompatibili con la memoria della Resistenza. Tanto che le forze dell’ordine hanno dovuto fermare quel gruppo: l’alternativa sarebbe stata caricare migliaia di manifestanti.
Va detto con assoluta nettezza: ogni insulto antisemita, ogni slogan razzista, ogni richiamo ignobile come quello sulle “saponette” va condannato senza esitazione. Chi porta antisemitismo in piazza tradisce il 25 aprile.
Ma proprio per questo occorre distinguere. Antisemitismo e antisionismo non sono la stessa cosa. Contestare la presenza di bandiere israeliane e statunitensi nel corteo della Liberazione non significa odiare gli ebrei: significa rifiutare una provocazione politica e opporsi all’uso strumentale della memoria per legittimare il presente.
La piazza di Milano lo ha capito benissimo. E ha dato una risposta netta: il 25 aprile non è disponibile per operazioni di propaganda sionista né per ripulire l’immagine di governi responsabili di massacri e guerre.
Parallelamente, il LƏA – Laboratorio Ebraico Antirazzista ha raccontato un’esperienza opposta: presenza serena e accolta con applausi, con striscioni contro il fascismo, la pulizia etnica e per il cessate il fuoco. Un elemento importante che distingue nettamente tra identità ebraica e uso politico del sionismo dentro la piazza.
Più cortei, più voci, più conflitto
Attorno al corteo centrale di Milano, conclusosi in Piazza Duomo, si sono sviluppate altre manifestazioni collaterali o alternative, spesso concluse altrove. Segno di una crescente insofferenza verso celebrazioni ufficiali che tentano di tenere insieme posizioni inconciliabili.
Lo stesso è accaduto a Roma, dove accanto alla manifestazione istituzionale si è svolto il consueto corteo del 25 aprile a Roma Est, da Centocelle a Quarticciolo, con migliaia di partecipanti.
Non si tratta di frammentazione sterile. È il riflesso di una domanda politica precisa: cosa significa oggi Resistenza? E chi ha il diritto di rappresentarne l’eredità?
Tre idee opposte del 25 aprile
Da tempo si confrontano almeno tre visioni della giornata della Liberazione.
La prima è quella revisionista: riabilitare i fascisti di Salò, parlare di pacificazione, equiparare oppressi e oppressori.
La seconda è quella istituzionale-depotenziata: un 25 aprile innocuo, cerimoniale, svuotato di conflitto sociale, di memoria comunista, di critica al presente.
La terza è quella che si è vista oggi in tante piazze: il 25 aprile come memoria viva, come continuità tra la Resistenza di ieri e le resistenze di oggi, contro guerra, autoritarismo, razzismo e nuove forme di dominio.
Il dato politico della giornata
Chi immaginava una ricorrenza stanca ha avuto la risposta delle piazze. Il 25 aprile resta una data capace di mobilitare, dividere, interrogare il presente. Non è una festa neutra. Non lo è mai stata. È il giorno in cui si sceglie da che parte stare.

