Una nuova visione della resistenza curda in Turchia

Integrazione o assimilazione? Una nuova proposta arriva dal Levante.

In Italia, la parola integrazione torna spesso prepotentemente nel dibattito politico. Ministri, sottosegretari, sindaci, amministratori locali e leader dei partito al governo invocano “più integrazione” per le persone immigrate, presentandola come una condizione imprescindibile per l’accesso ai diritti o, addirittura, per il solo diritto a restare sul suolo italiano. Ma cosa si intende davvero con questa parola? E soprattutto: di quale integrazione si parla? Forse oggi abbiamo una nuova risposta in merito.

L’integrazione come atto unilaterale: il modello imposto dall’alto

Nel lessico governativo italiano, l’integrazione sembra essere una strada a senso unico. L’immigrato è chiamato ad adattarsi, accettare i valori italiani, conformarsi alle regole, spesso in forma vagamente definita ma culturalmente molto marcata: “cristianesimo, identità nazionale, norme sociali occidentali”. Manca, in questo schema, qualsiasi riconoscimento del diritto dell’immigrato a portare con sé e praticare la propria cultura, lingua, religione o memoria collettiva.

Questa forma di integrazione non è altro che una forma attenuata – e per questo più insidiosa – di assimilazione. Una cancellazione sistemica e silenziosa delle identità minoritarie in nome dell’omogeneità nazionale.

Il parallelo con il dibattito curdo: integrazione come “partenariato”

Un confronto illuminante arriva dal Medio Oriente, e in particolare dal pensiero di Abdullah Öcalan e dalla prassi politica della Federazione Democratica della Siria del Nord, dove Mazloum Abdi – comandante delle Forze Democratiche Siriane – ha recentemente affermato:

“L’integrazione è una forma di partenariato. Non può essere forzata.”

Nel modello confederale proposto da Öcalan, leader storico del PKK, l’integrazione non è un processo verticale, né tantomeno una fusione coatta. È il risultato di un patto negoziato tra diverse entità politiche, etniche o culturali, che scelgono di convivere rispettando le rispettive autonomie. In questo quadro, l’identità dell’altro non viene soppressa ma riconosciuta, valorizzata, protetta.

Questa visione si fonda sull’idea di democrazia radicale, in cui ogni comunità ha il diritto di autogestirsi, esprimere la propria lingua e cultura, decidere in merito al proprio futuro – anche restando parte di un’entità più grande. L’integrazione, allora, è il frutto di una co-costruzione. Non un’adesione, ma un contributo reciproco.

Un’esperienza come stile di vita per il futuro della Siria

Il tema dell’integrazione fa parte del percorso evolutivo del pensiero politico dell’esperienza del PKK e anche della rivoluzione di Rojava (nord-est della Siria). Tuttavia il tema è tornato di attualità per due motivi.

Prima di tutto, dopo la fuga del dittatore Bashar al-Assad, è emersa la questione del futuro della Siria. La nuova formazione politica che cerca di governare il Paese, ossia Al Jolani e la sua organizzazione Tahrir al-Sham, è alle sue prove per disegnare il futuro della Siria, in collaborazione con i delegati che lo hanno portato nel palazzo presidenziale a Damasco. In questo nuovo percorso, Al Jolani si trova nell’obbligo di dialogare e trattare con l’amministrazione della Siria del Nord-Est, cioè la famosa Rojava, in particolare con Mazloum Abdi, comandante generale delle Forze Democratiche Siriane (SDF), ovvero le forze armate dominanti su quel territorio.

Uno dei temi principali è la convivenza tra queste due forze. Le SDF hanno acquisito una legittimità internazionale nella lotta contro l’ISIS negli ultimi anni; hanno una serie di alleanze anche in Europa e ormai non sono più un semplice corpo paramilitare, ma un esercito che conta circa trentamila soldati. Inoltre, le SDF sono in ottimo rapporto con le Unità di Difesa Popolare, YPG e YPJ, attive sul territorio da anni, e con il Partito dell’Unione Democratica, PYD.

Al contrario, Al Jolani, dopo essersi messo addosso l’abito all’occidentale e aver tagliato la barba, ha ricevuto il riconoscimento e il sostegno di una serie di attori locali e internazionali. È stato persino accolto dal presidente francese Emmanuel Macron e per le strade di Tel Aviv appare nei manifesti che illustrano i volti dei leader arabi che hanno firmato, o sono intenzionati a firmare, gli Accordi di Abramo con Israele.

Tra gli attori dominanti che cercano di guidare Al Jolani e il futuro della Siria c’è Ankara. Le Forze Armate Turche (TSK) si trovano sul territorio siriano, nel nord, con più di tremila soldati; inoltre Ankara controlla alcune amministrazioni, la gestione dell’economia e addirittura l’istruzione nelle zone che ha occupato in questi anni. L’esercito turco si trova in quella zona con la scusa di combattere l’ISIS, che ha compiuto una serie di attentati in Turchia negli anni precedenti, ma anche per combattere le SDF/YPG/YPJ, che Ankara definisce come “organizzazioni terroristiche”.

Proprio in questo momento di trattative tra le SDF e Damasco, Ankara cerca di indebolire le SDF, cancellare lo status autonomo di Rojava e potenziare il controllo del governo centrale siriano su tutto il territorio nazionale.

In quest’ottica, le riflessioni che condivide e diffonde Mazloum Abdi hanno un valore importante anche per una serie di questioni che sono al centro del dibattito quotidiano in Europa, come la questione dell’immigrazione.

Abdi accetta e sostiene il progetto di una nuova Siria liberata dalla dittatura di Bashar al-Assad e afferma di contare sulla costruzione di una nuova Siria democratica e inclusiva. In quest’ottica, Abdi chiede che l’esistenza dell’esperienza politica, economica, ecologica e sociale di Rojava sia riconosciuta tramite un patto di convivenza. Abdi parla spesso dell’integrazione, per esempio, delle SDF nell’esercito siriano, ma mantenendo la loro integrità e originalità:

“Non siamo contrari all’integrazione, ma è importante come avverrà. Integrarsi nell’esercito siriano può avvenire su una base di partenariato paritario, ma se le nostre forze vengono smantellate e dissolte in una struttura centralizzata, allora questa non è integrazione. Senza confrontarsi con noi e senza tenere conto della realtà sul campo, non è possibile ottenere un’integrazione.”

Essere presi in considerazione, essere riconosciuti come interlocutori, ricevere il riconoscimento della forza e della determinazione delle SDF e contare sulle loro capacità: queste sono alcune delle richieste di Abdi.

Si tratta di un punto di vista importante, che potrebbe essere replicato anche nel contesto italiano, dove all’immigrato si pretende tutto: pagare le tasse, rispettare le leggi, comportarsi in un certo modo, osservare gli usi e i costumi locali, ecc. Tuttavia, l’immigrato è spesso escluso da una serie di meccanismi politici, burocratici e istituzionali. Quindi si tratta di una richiesta di integrazione unilaterale, verticale e asimmetrica.

Un processo in corso: dialogo tra lo Stato turco e Abdullah Öcalan

In questo stesso momento, proprio in Turchia, sta prendendo forma un nuovo processo di dialogo e negoziato tra lo Stato turco e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Gli interlocutori principali sono il governo attualmente in carica e Abdullah Öcalan, detenuto a İmralı dal 1999. Il partito DEM – rappresentanza parlamentare della sinistra curda – svolge un ruolo di tramite attivo da quasi un anno, facilitando i colloqui tra Öcalan e lo Stato sotto la supervisione di membri dell’apparato burocratico.

I primi risultati sono già emersi: il 27 febbraio 2025, Öcalan ha inviato una lettera in cui invita e consiglia la fine della lotta armata e lo scioglimento del PKK. A seguito di questo appello, nel mese di maggio il PKK ha annunciato ufficialmente lo scioglimento della sigla attraverso il 12° congresso del movimento. E a luglio, nel nord dell’Iraq, 30 membri del PKK hanno bruciato simbolicamente le proprie armi, in un gesto dal forte valore politico e simbolico.

Mentre il governo turco continua a insistere – con le sue parole – sulla necessità della “fine del terrorismo”, Abdullah Öcalan propone un percorso orientato alla pace, alla riconciliazione e alla costruzione di una società democratica e pluralista. Le differenze nel linguaggio e forse anche nelle aspettative tra i due attori sono evidenti, ma siamo ancora agli inizi: la possibilità di una vera evoluzione resta aperta.

Nel frattempo, è stata istituita una commissione parlamentare per seguire il processo di pace. Tuttavia, questa è composta in maggioranza da esponenti della coalizione di governo, lasciando poco spazio alla rappresentanza paritaria e al controllo trasparente.

Il percorso è tutt’altro che privo di ostacoli: alcuni partiti di destra dell’opposizione continuano a rifiutare ogni ipotesi di negoziato, definendo ancora Öcalan come un terrorista e proponendo la lotta armata contro il PKK come unica via. Alcuni partiti di sinistra, al contrario, rifiutano di appoggiare il processo perché coinvolge un governo accusato da anni di gravi violazioni dei diritti umani, autoritarismo e repressione della libertà di stampa.

Eppure, sia Öcalan sia numerosi ex membri del PKK chiedono riforme costituzionali e una nuova struttura democratica dello Stato turco. Il governo, però, non ha ancora preso posizione chiara su queste richieste, accennando soltanto a vaghi “processi di riforma” senza impegni formali.

Integrazione positiva

In quest’ottica Ocalan ha iniziato a proporre il concetto dell’integrazione positiva che progetto di convivenza. Si tratta di una proposta in linea con quella di Mazloum Abdi in Siria.

La teoria dell’“integrazione positiva” di Abdullah Öcalan sostiene che il popolo curdo debba essere integrato nella società turca non con la forza, ma su base volontaria e in condizioni di uguaglianza. Questo approccio mira a una convivenza fondata su una partnership paritaria, in cui le identità culturali dei popoli vengano rispettate e preservate. Contraria alla struttura monolitica dello stato-nazione, la teoria promuove il concetto di “nazione democratica”, in cui le differenze vengono riconosciute e le soluzioni politiche vengono privilegiate rispetto a quelle militari. Rifiuta l’assimilazione forzata, proponendo invece un’unione sociale basata sul consenso reciproco, la democrazia locale e il dialogo.

Quindi si tratta anche di un percorso che punta ad allontanare tutte le parti della società (turcofone e curdofone) dai meccanismi e dalle misure securitarie, dalla paranoia e dalla paura dell’aggressione, del terrorismo, dell’invasione e dell’assimilazione.

Inizialmente è una diagnosi che potrebbe essere replicata sull’attuale convivenza problematica tra la società dominante bianca italiana e quella composta dagli immigrati provenienti da fuori dell’Europa. Oggi in Italia, quasi esattamente come in Turchia, l’immigrato viene definito come una potenziale minaccia, e sia per la parte burocratica sia per quella politica la delega per la “gestione” viene data alle forze di sicurezza: Questura, polizia ed esercito.

Quasi come le politiche economiche e sociali che Ankara ha voluto condurre contro la popolazione curdofona, con la scusa di lottare contro il PKK. Sono politiche di assimilazione dei nomi e della lingua, deportazione delle persone, militarizzazione delle aree abitate e privazione dei diritti politici.

Si tratta quindi di un momento permanente di “emergenza” a livello mediatico e politico, e anche di un’atmosfera di continua paranoia per la maggior parte della società dominante, italofona e bianca.

Chi si deve integrare a chi? E perché?

Nel contesto italiano, intanto, l’integrazione continua a essere richiesta senza che vi sia reale disponibilità a un confronto tra culture. Nessuna riflessione è posta sulle condizioni strutturali: accesso alla casa, alla salute, al lavoro, alla cittadinanza. Come può una persona “integrarsi” in una società che la respinge, che le nega diritti fondamentali, che la sfrutta sul lavoro e la marginalizza nei media?

E soprattutto: perché solo lo straniero deve integrarsi all’italiano? Perché non si parla mai di integrazione reciproca? Perché non si immagina una società italiana che si evolve grazie all’incontro con l’altro?

L’integrazione che cancella: il pericolo dell’egemonia culturale

Quando l’integrazione è intesa come rinuncia, dissoluzione o soppressione dell’identità dell’altro, non è più integrazione. È egemonia culturale. È il progetto di una società monoculturale, in cui le minoranze non hanno diritto a esistere se non come ombre silenziose della maggioranza.

Lo stesso Abdullah Öcalan ha messo in guardia da questo approccio, definendolo “una forma dolce di annientamento”. Per lui, una vera integrazione è possibile solo in un sistema che riconosca e protegga la pluralità, a partire da una costituzione che garantisca autonomia linguistica, educativa, religiosa e culturale. Niente di tutto questo è oggi previsto dal quadro legislativo italiano.

Conclusione: costruire una nuova società non è una minaccia, è una possibilità

L’Italia ha bisogno di ridefinire profondamente il concetto di integrazione. Se si vuole davvero costruire una società coesa, serve una integrazione intesa come co-progettazione del vivere comune, non come annullamento dell’altro.

Le esperienze e le riflessioni che ci raggiungono dal Levante, nate in uno scenario di conflitto ben più estremo, ci dimostrano che un’altra via è possibile: quella della convivenza tra culture, della democrazia dal basso, del rispetto radicale per l’identità di ciascuno. Un modello che fa paura a chi vive di identità chiuse e nazionalismi, ma che rappresenta, oggi più che mai, l’unica risposta sostenibile a una società realmente globale.

Murat Cinar
journalist – digital communication strategist – interpreter

Agosto 2025