Quella fotografia di Piazza Alimonda

L’ho scattata 0,4 secondi prima dello sparo. Da allora la memoria ha continuato a riscriverla.

di Marco D’Auria, 22 luglio 2026

Quella fotografia l’ho scattata io.

In venticinque anni l’ho vista centinaia di volte. Sui giornali, nei libri, nei documentari, nei siti internet. Ha continuato a circolare, a riapparire, a tornarmi davanti anche quando non la cercavo.

Mostra Carlo Giuliani di lato, nell’atto di lanciare un estintore verso il Defender dei carabinieri. Secondo la ricostruzione del perito, la scattai circa quattro decimi di secondo prima dello sparo che lo uccise, quel 20 luglio 2001, in Piazza Alimonda, a Genova.

Allora, naturalmente, non lo sapevo.

Ero lì come cronista di RaiNet News, con una macchina fotografica digitale comprata tre giorni prima proprio per documentare gli scontri che tutti temevano. Fotografavo quello che succedeva davanti a me. Prima i cortei festosi, poi la devastazione, infine Carlo, l’estintore, il mezzo fermo, la gente che si muoveva intorno.

Poi il “pam pam” secco dei colpi.

E un ragazzo a terra.

Sarei voluto tornare ancora una volta in Piazza Alimonda. Per ricordare, certo. Anche per raccontare. Dopo venticinque anni quel pomeriggio continua a essere un punto di non ritorno nella mia vita e uno spartiacque nella storia italiana.

La morte di Carlo Giuliani. La “macelleria messicana” della scuola Diaz. Bolzaneto, con le violenze e le umiliazioni inflitte ai fermati. Genova mostrò quanto velocemente la gestione dell’ordine pubblico potesse trasformarsi in altro: una resa dei conti, con reparti fuori controllo e cittadini privati dei diritti più elementari.

Amnesty International documentò l’uso eccessivo della forza, gli arresti arbitrari, i maltrattamenti e un’impunità destinata a durare negli anni.

Il cronista e il testimone

Quel 20 luglio, però, non pensavo alla storia. La storia è una parola che arriva dopo. Sul momento ci sono il rumore, la paura, la polvere, la gente che corre. C’è l’adrenalina che ti fa continuare a lavorare quando il buon senso consiglierebbe di andartene.

Avevo già provato qualcosa di simile durante l’assedio di Sarajevo: la stessa angoscia, la stessa impotenza. Quella forza assurda che ti inchioda alla scena proprio mentre vorresti essere ovunque, purché lontano da lì.

Di solito un cronista arriva dopo. Ascolta i testimoni, raccoglie le versioni, controlla i documenti, prova a ricostruire. Quella volta no. Io ero lì.

Cinquantaquattro metri

Anni dopo avrei scoperto che mi trovavo a cinquantaquattro metri da Carlo Giuliani.

Uno dei consulenti impegnati nella ricostruzione, il fisico ottico Roberto Ciabattoni, mi raggiunse mentre ero in vacanza a Castiglione della Pescaia. Davanti a un ufficiale giudiziario confermai di essere io il ragazzo con i capelli ricci che compariva nelle immagini della Rai, mentre attraversava l’inquadratura con una macchina fotografica in mano.

Quella dichiarazione serviva a fissare il mio punto esatto nello spazio.

Incrociando i fotogrammi dei video Rai con la mia fotografia, e calcolando il tempo impiegato dal rumore dello sparo per raggiungere la telecamera, i consulenti ricostruirono la sequenza di quei secondi. Stabilirono che avevo scattato circa quattro decimi di secondo prima del colpo e che mi trovavo, appunto, a cinquantaquattro metri da Giuliani.

La mia fotografia riprendeva la scena lateralmente. Era importante anche per questo.

La foto più famosa, quella realizzata da Dylan Martinez della Reuters, mostra Carlo da dietro. Il teleobiettivo comprime la prospettiva e sembra quasi schiacciarlo contro il Defender. Nella mia immagine, invece, lo spazio tra lui e il mezzo si vede.

Secondo quella consulenza erano circa quattro metri e mezzo: una distanza che i legali della famiglia Giuliani consideravano centrale per contestare la tesi della legittima difesa. “Cos’altro hai visto, ti abbiamo cercato per questo”, continuava a ripetermi Haidi, la madre di Carlo Giuliani, dopo la prima pubblicazione della foto. Voleva conoscere il contesto, sapere se avevo altre foto utili a capire che cosa fosse successo.

Una carambola balistica

Fu ancora sulle immagini che prese corpo una delle ricostruzioni più controverse dell’inchiesta. Il proiettile non avrebbe raggiunto direttamente Giuliani: dopo essere stato sparato verso l’alto, avrebbe urtato in volo un sasso, o un frammento di calcinaccio lanciato contro il Defender, deviando soltanto allora verso il suo volto.

Una carambola balistica.

Quella tesi, sbalorditiva ancora oggi, fu accolta dalla Procura e dal giudice per le indagini preliminari. I consulenti della famiglia Giuliani la contestarono, sostenendo che il proiettile non avesse colpito nessuna pietra e che il colpo non fosse stato esploso verso l’alto.

Sul piano giudiziario quella ricostruzione contribuì, insieme all’uso legittimo delle armi e alla legittima difesa, alla decisione di archiviare il procedimento: la traiettoria sarebbe stata modificata da un evento imprevedibile e il carabiniere Mario Placanica non avrebbe mirato contro Giuliani.

Nessun dibattimento, nessun processo.

Fui chiamato dal magistrato a Genova per deporre. Consegnai agli inquirenti un cd con tutte le fotografie che avevo scattato quel giorno. Non avevo cercato di entrare nell’inchiesta. Avevo fatto il mio lavoro e, qualche anno dopo, mi ero ritrovato dentro una perizia, nei calcoli, nelle triangolazioni, nei verbali.

Si dice che una fotografia non menta. È una sciocchezza. Una fotografia non parla. Siamo noi a farla parlare, spesso più di quanto possa. Quella della Reuters e la mia raccontavano lo stesso istante da due angolazioni diverse. Entrambe vere. Nessuna completa.

Di Piazza Alimonda ricordo come prima cosa lo zampillo di sangue dal viso di Carlo, la macchia che cominciava già ad allargarsi sull’asfalto. Il senso di irrealtà. E ricordo di quei giorni l’assurda necessità di guardarsi contemporaneamente dai black bloc, che facevano paura, e dai reparti speciali che avrebbero dovuto proteggerti.

Perfino l’accredito, che si portava addosso, plastificato, poteva diventare un problema.

Ce n’erano due. Quello ufficiale da giornalista oppure quello del Genoa Social Forum? Con il primo rischiavi di essere preso di mira dai black bloc. Con il secondo potevi finire sotto i manganelli delle forze dell’ordine. Decine di giornalisti furono aggrediti e feriti durante quei giorni.

Tra loro c’era anche un giornalista con cui avevo lavorato al settimanale Avvenimenti, allora cronista di un’agenzia di stampa. Mi telefonò: il suo caporedattore voleva da me una conferma diretta della morte di Carlo Giuliani.

Ricordo il fastidio per quella richiesta. Avevo visto un ragazzo a terra, con un foro sul viso, ma non potevo — e forse non volevo — certificare che fosse morto.

L’uso della forza, ieri come oggi

Venticinque anni dopo, certe domande sono ancora lì. Chi può usare la forza, e fino a dove? Dove finisce la legittima difesa e comincia la vendetta? Dove finisce il potere dello Stato e comincia l’abuso?

Tornano con nomi diversi.

Abderrahim Fakir, immobilizzato a faccia in giù al Pilastro di Bologna, filmato mentre chiede aiuto a due poliziotti che lo tengono fermo fino a quando smette di muoversi. Qui cause e responsabilità sono ancora da accertare.

Mario Roggero, che nel 2021 inseguì due rapinatori già in fuga dalla sua gioielleria e sparò alle spalle di uno di loro. Qui la Cassazione ha reso definitiva la condanna che esclude la legittima difesa. Eppure c’è ancora chi, in politica, ne chiede la grazia.

Nel processo Roggero le immagini ebbero un peso enorme. Il pubblico ministero definì la sequenza ripresa dalle telecamere un’esecuzione.

Un video può fissare una traiettoria, un gesto, una distanza. Non può decidere da solo che cosa ci fosse nella testa di chi ha sparato: paura, rabbia, volontà di fermare o di punire. Per questo esistono i processi.

A Piazza Alimonda, invece, il processo non ci fu.

In uno Stato di diritto non si può chiamare legittima difesa l’inseguimento di uomini in fuga e il fuoco aperto contro di loro quando nessuno è più in pericolo. La rapina spiega la paura, la rabbia, perfino il desiderio di reagire. Non trasforma la vendetta in difesa.

La forza non diventa giusta soltanto perché chi la usa è convinto di stare dalla parte giusta. Vale dietro il bancone di una gioielleria. E dovrebbe valere, a maggior ragione, per chi porta una divisa.

Cambiano i volti, le piazze. Le domande no.

Quello che ricordano le immagini

In questi venticinque anni ho rivisto molte volte i filmati di Piazza Alimonda. All’inizio per capire. Poi per lavoro. A un certo punto, credo, per bisogno.

Rivedendomi nelle immagini ho ritrovato particolari che avevo completamente rimosso: movimenti, persone, rumori. Cose che non ricordavo più e che, davanti a un fotogramma, tornavano improvvisamente a galla, insieme alla sensazione di averle sempre sapute.

C’ero io, con i capelli ricci e la macchina fotografica in mano. Attraversavo un’inquadratura, mi voltavo, guardavo in una direzione che non ricordavo più.

Quel ragazzo ero io. Ma conosceva particolari che nel frattempo avevo dimenticato.

È accaduto anche il contrario.

Episodi che nella mia memoria erano diventati enormi, visti dall’angolazione di un’altra telecamera apparivano più piccoli. Quasi marginali. Li avevo ingranditi perché li avevo vissuti da quel punto, in mezzo alla paura e alla confusione.

I fatti non erano cambiati. Era cambiato il peso che avevo dato loro.

La memoria decide in fretta che cosa mettere in apertura. Il resto lo sposta in coda, qualche volta lo taglia. Poi arrivano le immagini e cambiano di nuovo la gerarchia dei fatti.

Anche le immagini, però, hanno i loro inganni. La foto della Reuters comprimeva la distanza. La mia, scattata lateralmente, mostrava uno spazio diverso. Due fotografie autentiche dello stesso momento, capaci di suggerire due scene differenti.

La fotografia è rimasta identica.

Io no.

Ma non ricordava meglio di me. Non aveva avuto paura, tutto qui. Aveva registrato una frazione di secondo. Io avevo dovuto viverla.

Le immagini mi hanno aiutato e, insieme, mi hanno confuso. Hanno corretto alcuni ricordi, ne hanno risvegliati altri. Mi hanno insegnato che un testimone può essere sincero e ricordare male. Che un’inquadratura può essere precisa e raccontare soltanto un pezzo.

La verità non sta mai in un solo fotogramma. Carlo Giuliani aveva ventitré anni. Il carabiniere che sparò ne aveva venti. Se avesse sparato in aria – di questo ne sono certo – la piazza si sarebbe svuotata all’istante.

Io continuo a tornare, ogni 20 luglio, a quei cinquantaquattro metri. E a quei quattro decimi di secondo.

La memoria non cambia il passato. Al massimo impedisce di mentire a se stessi.

Da https://openitaly.substack.com/p/quella-fotografia-di-piazza-alimonda?utm_id=97758_v0_s00_e0_tv1_a1dennhb7ro4ee